Junior Enterprise Sicilia

Quante volte abbiamo desiderato di non dover affrontare il traffico cittadino per andare a lavoro o di non doverci svegliare tre ore prima per riuscire a seguire le lezioni ogni mattina? Un effetto collaterale dell’attuale pandemia da covid-19 è stato proprio quello di rendere tale desiderio realtà e di poter svolgere, così, le nostre  attività comodamente da casa.

Questa settimana vediamo come hanno vissuto l’emergenza sanitaria studentie lavoratori e i relativi risvolti nella prospettiva di una fase  post covid-19.

 

Gli studenti universitari si sono trovati a dover seguire le lezioni, sostenere esami o perfino laurearsi on-line, indossando pantaloni da  tuta e pantofole. Niente di più bello, no?

Beh, a giudicare dalle opinioni degli studenti intervistati questa situazione ha comportato più svantaggi che vantaggi. Il 50% di coloro che seguivano le lezioni frontali afferma di preferirle, sotto ogni aspetto, rispetto alle lezioni da remoto: la concentrazione è bassa, le possibilità di distrarsi infinite, la tentazione di restare a letto tutto il giorno forte e le spiegazioni fallaci, per mancanza di interazione con i professori. Il 16,7%, invece, vorrebbe mantenere le lezioni in presenza ma con la possibilità di seguirle anche da remoto, unendo così “l’utile al dilettevole”. La restante parte abbraccia la modalità on-line, ma con la possibilità, non sempre consentita, di registrare le lezioni.

Diverse le opinioni in merito agli esami: la maggior parte degli studenti li preferisce on-line perché si riduce la comunissima “ansia da prestazione”, si vive più serenamente l’interminabile attesa del proprio turno per gli esami orali e gli e scritti sono rimpiazzati da colloqui, o ampiamente facilitati. Ciò, tuttavia, è considerato un contro da molti studenti, in quanto ha favorito l’aumento di atteggiamenti poco rispettosi delle regole durante gli esami.

Dunque, in ambito universitario, l’adozione “forzata” della didattica a distanza non ha avuto particolari risvolti positivi e la volontà sembra proprio quella di riprendere la tradizionale fruizione della didattica, una volta tornati alla normalità. Nonostante le comodità offerte dalla didattica a distanza, ciò di cui si è sentita la mancanza è il confronto con i professori e soprattutto, la pausa caffè con i colleghi.

 

Vediamo, invece, cosa la pandemia ha comportato per le imprese.

Smart working è forse uno dei termini più usati negli ultimi mesi, ma non è affatto una novità. Per definizione, nasce con  lo scopo di incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Ai sensi dell’art. 18 della legge n. 81/2017 si definisce lavoro agile una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa.

Negli ultimi mesi, però,  l’espressione smart working ha assunto tutt’altro “sapore”.

Tale modalità di lavoro, da volontaria diventa obbligatoria, cogliendo molte aziende e dipendenti impreparati sia sugli aspetti fiscali e retributivi sia sugli aspetti logistico-organizzativi. La gestione delle risorse, dei tempi e della comunicazione interpersonale, già non semplice in condizioni normali, è stata resa ancora più ardua dal trovarsi da un giorno all’altro in quarantena.

Dall’altro lato, tuttavia, è stata l’occasione per molte imprese di scoprire e adottare questa nuova concezione di lavoro, già sperimentata e accolta, da qualche anno, in Italia. Secondo un’indagine condotta da InfoJobs, nel 2018 i lavoratori dipendenti che godono di flessibilità e autonomia di orario e luogo di lavoro grazie alla nuova modalità, risultavano essere 480.000 e nel 2019, il 39% delle aziende ha implementato politiche di smart working, di cui il 27% solo per alcune aree funzionali, mentre il 12% per tutti i dipartimenti.

 

Nonostante i disagi economici, psicologici, relazionali, e chi più ne ha più ne metta, causati dall’emergenza sanitaria, si è verificato un importante progresso. Coloro che non avevano ancora considerato il lavoro da remoto come un'opportunità, hanno avuto l'occasione di assaporarne i vantaggi e stanno valutando di adottare la politica dello smart working, anche dopo la fine dell'emergenza.

Secondo il Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, i benefici economico-sociali potenziali dell'adozione di modelli di lavoro agile sono enormi: si può stimare un incremento di produttività del 15% per lavoratore, una riduzione del tasso di assenteismo pari al 20%, risparmi sui costi di gestione degli spazi fisici e un miglioramento di equilibrio fra lavoro e vita privata per circa l’80% dei lavoratori, senza considerare il forte impatto positivo che l’utilizzo sistemico del lavoro agile avrebbe sull'inquinamento.

 

Ovviamente, sono sempre da considerare le criticità tipiche dello smart working, quali il senso di isolamento, i limiti della comunicazione virtuale e il maggiore sforzo, per alcuni, di programmare le attività e di gestire le urgenze a distanza.

Dunque, come già osservato per gli studenti universitari , a prescindere dagli enormi vantaggi che possono derivare dallo studio/lavoro on-line e a prescindere dallo scenario temporaneo di emergenza sanitaria, il minimo comune denominatore rimane la necessità di interazioni sociali non virtuali.

 

Ancora non sappiamo come evolverà la situazione nei prossimi mesi: l’Italia diventerà un Paese di nomadi digitali o ritornerà alle care vecchie abitudini?

Certo è che il vecchio detto “non tutti i mali vengono per nuocere”, anche in questa circostanza conferma la sua validità, è essenziale, però, trovare il giusto equilibrio tra innovazione e rispetto della nostra socialità.

 

(Articolo scritto da Irma Cammalleri, immagine in evidenza realizzata da Vincenzo Clementino)